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Genitorialità

Valutazione neuropsicologica dei bambini: come funziona

Come funziona la valutazione neuropsicologica dei bambini: i cinque passi, cosa faccio con tuo figlio, cosa c'è nella relazione e cosa vale a scuola.

Di Stefania Pecorino, psicologa 9 min di lettura
Un bambino disegna con i colori seduto a un tavolo di legno: la valutazione neuropsicologica dei bambini passa da prove che somigliano a giochi e compiti

La valutazione neuropsicologica dei bambini è una di quelle espressioni che ti arrivano addosso all’improvviso. Te la dice la maestra a un colloquio, il pediatra a un controllo, oppure la trovi alle undici di sera in fondo a una ricerca su Google, dopo l’ennesimo pomeriggio di compiti finito in lacrime. E subito dopo arriva la domanda vera: cosa gli faranno?

In questo articolo ti racconto come funziona nel mio studio, passo per passo, con le stesse parole che uso al telefono con le madri che mi chiamano per la prima volta. Così, quando arrivi, sai già cosa aspettarti. E lo sa anche tuo figlio.

Cos’è una valutazione neuropsicologica, e cosa non è

È un percorso di pochi incontri in cui osservo come funziona la testa di tuo figlio: come presta attenzione, come ricorda, come ragiona, come usa le parole, come legge, scrive e fa i conti, come organizza un compito dall’inizio alla fine. Lo faccio con prove standardizzate, cioè compiti provati su tanti bambini della stessa età, così posso confrontare il suo risultato con quello che ci si aspetta a sette, dieci o tredici anni. Ma i punteggi sono solo una parte. Conta altrettanto quello che vedo mentre lavora, e quello che mi raccontate tu e la scuola.

Non è un esame da superare, e non c’è un voto. Non è un giudizio su di te come madre, e non è un’etichetta da appiccicare a tuo figlio. Alla fine non trovi una parola sola, trovi un profilo: le cose in cui è forte, quelle in cui fa fatica, e un’idea concreta di cosa fare.

Una precisazione che per me conta: sono psicologa, iscritta all’Ordine della Lombardia, e la diagnosi in ambito psicologico è una delle attività che la legge affida proprio agli psicologi. Le valutazioni le faccio sempre in studio, a Milano o a Inzago, perché per capire davvero come lavora un bambino devo averlo davanti. I colloqui con te, invece, possiamo farli anche online.

Quando ha senso farla

Non esiste un segnale unico. Esistono situazioni che, quando durano nel tempo, meritano uno sguardo serio.

  • Una difficoltà a scuola che non migliora con l’impegno: le maestre hanno fatto esercizi mirati, tu lo segui ogni pomeriggio, eppure leggere, scrivere o fare i conti resta più faticoso che per i compagni.
  • L’attenzione o il comportamento che creano problemi in più di un posto: non solo in classe, anche a casa, allo sport, con gli amici. Ne ho scritto nell’articolo sui sintomi dell’ADHD nei bambini.
  • Qualcosa nel modo in cui comunica e sta con gli altri che ti sembra diverso da tempo, come racconto nell’articolo sui sintomi dell’autismo.
  • Un bambino che ti sembra avanti rispetto all’età, ma annoiato, insofferente o in difficoltà con i coetanei: anche la plusdotazione si capisce con una valutazione.
  • Una segnalazione scritta della scuola. Per legge le scuole devono individuare per tempo i bambini che potrebbero avere un disturbo specifico dell’apprendimento, ma quella segnalazione non è una diagnosi: dice che vale la pena approfondire, e il passo successivo spetta a te.

Un’avvertenza sui tempi, perché me lo chiedono spesso. Per la lettura e l’ortografia la diagnosi di DSA si fa dalla fine della seconda primaria, per la grafia e il calcolo dalla fine della terza: prima i bambini sono troppo diversi tra loro nei tempi di apprendimento perché un confronto sia affidabile. Ma il sospetto si può porre già alla fine della prima, e si può iniziare a lavorare sulle difficoltà senza aspettare.

Passo 1: la prima chiamata

Prima di qualsiasi appuntamento ci sentiamo al telefono o in videochiamata per quindici minuti, gratis. Mi racconti cosa ti preoccupa, io ti faccio qualche domanda e ti dico onestamente se la valutazione è la strada giusta o se, per quello che descrivi, conviene prima un’altra cosa: una visita dal pediatra, un controllo della vista o dell’udito, un colloquio e basta. Non tutte le telefonate finiscono con un appuntamento, e va bene così.

Passo 2: il colloquio con te

Il primo incontro vero è con te, e se c’è anche con l’altro genitore. Senza tuo figlio. Ricostruiamo insieme la sua storia: la gravidanza e i primi anni, quando ha iniziato a parlare, com’è andato l’inserimento a scuola, cosa dicono gli insegnanti, come dorme, cosa lo fa arrabbiare e cosa lo fa ridere. Sembrano domande lontane dal problema, ma è da lì che capisco dove guardare.

Porta tutto quello che hai: pagelle, quaderni, disegni, relazioni di altri professionisti, eventuali valutazioni precedenti. Se la scuola ha scritto qualcosa, portalo. I quaderni, in particolare, mi dicono più di quanto immagini: non solo gli errori, ma come cambiano nel corso dell’anno. Se ha senso, ti lascio anche dei questionari da compilare a casa e, quando la scuola è disponibile, da far compilare agli insegnanti: lo sguardo di chi lo vede sei ore al giorno in un contesto diverso dal tuo è prezioso.

Una madre e una bambina disegnano insieme a un tavolino di casa: il colloquio iniziale della valutazione neuropsicologica ricostruisce la storia del bambino con chi lo conosce meglio
Pagelle, quaderni, disegni: quello che hai già in casa mi racconta molto, prima ancora di conoscerlo.

Passo 3: gli incontri con tuo figlio

Poi tocca a lui. Di solito servono due o tre incontri in studio, perché un bambino stanco non rende e io voglio vedere come lavora quando sta bene. Gli spiego chi sono e cosa faremo con parole adatte alla sua età: non “ti faccio dei test”, ma “facciamo insieme dei giochi e dei compiti per capire come funziona la tua testa, in cosa sei bravo e in cosa ti stanchi”. Non è una bugia per addolcirlo, è esattamente quello che facciamo.

Le prove sono tante e diverse: alcune somigliano a giochi, altre a compiti di scuola, altre ancora a quiz. Guardano l’attenzione, la memoria, il ragionamento, il linguaggio, la lettura, la scrittura, il calcolo, la capacità di pianificare e di frenare gli impulsi. Mentre le fa, io non guardo solo se risponde giusto: guardo come ci arriva, quali strategie inventa, quando si stanca, cosa fa quando sbaglia, se chiede aiuto o si chiude.

Non ci sono bocciature. Alcune prove diventano via via più difficili, ed è normale che a un certo punto non ci riesca più: glielo dico prima, così non lo vive come un fallimento. E facciamo pause, tutte quelle che servono.

Un bambino non è il suo punteggio. Quello che mi interessa davvero è capire come ci arriva, dove si inceppa e cosa lo aiuta a ripartire: è lì che si costruisce il piano.

Passo 4: la relazione scritta

Finiti gli incontri, metto insieme tutto quello che ho visto e scrivo una relazione. Non è un elenco di numeri: è il profilo di funzionamento di tuo figlio, i suoi punti di forza, le aree in cui fa fatica, e indicazioni concrete per casa e per la scuola. Se le difficoltà rientrano nei criteri di un disturbo, lo scrivo chiaramente e con le parole giuste. Se non ci rientrano, scrivo anche questo, e ti spiego comunque cosa può aiutarlo.

La relazione è tua. Decidi tu se consegnarla alla scuola, al pediatra o a un altro professionista, e nessuno la vede senza il tuo consenso.

Passo 5: la restituzione

L’ultimo incontro è di nuovo con te, in studio o online. Ti spiego cosa ho visto, rispondo alle tue domande, parliamo dei passi successivi. Quando è possibile, una parte della restituzione la faccio anche con tuo figlio, con le parole della sua età: ha lavorato per ore, ha diritto di sapere cosa ne è uscito. E spesso sentire che la sua fatica ha un nome, e non dipende dalla sua volontà, gli toglie un peso che si portava dietro da anni.

Se serve il confronto con la scuola, su richiesta parlo direttamente con gli insegnanti per aiutare ad attivare quello che il profilo suggerisce, per esempio un Piano Didattico Personalizzato.

Le mani di una bambina stringono un mazzo di pastelli colorati: dalla valutazione neuropsicologica esce un profilo con punti di forza e fatiche, non un'etichetta
Alla fine non c'è un voto: c'è un profilo, con le cose in cui è forte e quelle in cui va aiutato.

Valutazione, diagnosi, certificazione: tre parole diverse

Qui si fa confusione, e la confusione costa tempo.

La valutazione è il percorso che ti ho appena raccontato. La diagnosi è la conclusione clinica che arriva alla fine, quando le difficoltà osservate rientrano nei criteri riconosciuti di un disturbo. La certificazione è un documento con un valore specifico per la scuola, e non tutte le diagnosi ne hanno una.

  • Per i DSA la certificazione valida ai fini della Legge 170 viene rilasciata dal servizio sanitario pubblico oppure da specialisti ed équipe private accreditate o autorizzate dalla Regione. Io faccio parte di una di queste équipe, quindi, se la valutazione conferma un DSA, il percorso di certificazione si svolge lì. Te lo spiego nella pagina sulla valutazione DSA.
  • Per l’ADHD non esiste una certificazione come quella dei DSA: alla scuola arriva una documentazione clinica, con cui può attivare le tutele previste per i bisogni educativi speciali. La diagnosi si costruisce con più fonti, perché i sintomi devono essere presenti in più di un contesto, e la conferma diagnostica passa da un percorso condiviso con il neuropsichiatra infantile, con cui mi coordino. Dettagli nella pagina sulla valutazione ADHD.
  • Per lo spettro autistico la mia valutazione è il primo passo: la diagnosi si conferma in équipe con il neuropsichiatra infantile, come racconto nella pagina sulla valutazione autismo.
  • La plusdotazione non è un disturbo e non ha una certificazione: la relazione serve a te e alla scuola per capire di cosa ha bisogno.

Se l’adulto sei tu

Capita spesso che, durante la valutazione del figlio, una madre si riconosca nelle domande. Il percorso per gli adulti esiste ed è diverso, con prove tarate sull’età: trovi tutto nelle pagine sulla valutazione DSA per adulti, sulla valutazione ADHD per adulti e sulla plusdotazione negli adulti.

Le domande che mi fanno quasi tutte

Devo dirgli che è un test? Digli la verità con parole semplici: “andiamo da una psicologa che ti aiuta a capire come funziona la tua testa e come rendere la scuola meno faticosa”. I bambini sentono quando c’è qualcosa di non detto, e lo vivono peggio di qualsiasi verità.

Serve l’impegnativa del pediatra? No, in privato puoi contattarmi direttamente. Il parere del pediatra resta prezioso: se è stato lui a indirizzarti, portami quello che ti ha scritto.

Si può fare online? Le prove con tuo figlio no, si fanno in studio: per capire come lavora devo vederlo. Il colloquio iniziale e la restituzione sì, se per voi è più comodo.

E se dalla valutazione non esce nessuna diagnosi? È un esito possibile, e non è tempo perso: capire che non c’è un disturbo e che la fatica ha un’altra origine, emotiva, didattica o di crescita, cambia il modo in cui lo si aiuta.

Hai un dubbio che vorresti chiarire?

Una chiamata di 15 minuti, gratuita, per raccontarmi la tua situazione e capire insieme se ha senso fare una valutazione. Senza impegno.

Stefania Pecorino, psicologa